lunedì 24 agosto 2009

Persone3

Hebron è pieno di gente. Caotico. Hebron è la città in cui abbiamo fatto più incontri. Hebron è la città dove i soldati occupano i secondi piani delle case, per controllare la situazione dall'alto, e buttano qualsiasi tipo di rifiuto (organico e non) sulle stradine in cui i palestinesi espongono le loro bancarelle. Si sono dovute cotruire reti, come tetti, sulla testa della gente per ovviare almeno ai danni più gravi.
Hebron è la città in cui ho respirato più odio.

Hebron está lleno de gente. Caótico. Hebron es la ciudad en la que hemos encontrado más personas. Hebron es la ciudad en la que los soldados ocupan los sugundos pisos de los edificios, para controlar la situación desde arriba, y tiran todo tipo de desechos (horgánico y no) en las callecitas donde los palestinos mostran sus puestecillos. Han tenido que construis redes, como techos, arriba de la cabeza de la gente para obviar por lo menos a los daños más graves.
Hebron es la ciudad en la que he respirado más odio.


Questi bei ragazzini ebrei sono in fondo alla zona (sorvegliata dall'esercito) della Tomba dei Patriarchi, prima (ripeto: prima) dell'inizio dell'insediamento ebraico. Cosa stanno facendo? Guadaganano terreno, perché no?! Sradicano gli ulivi (che di solito coltivano i Palestinesi) per piantare le loro palme ebraiche.
Non è colpa loro, piccoli! Ma... chi ha la responsabilitá di crescere questi bambini con tanto assurdo odio??? e perché???

Estos graciosos niños judíos están al fondo de la zona (vigilada por el ejército) de las Tumbas de los Patriarcas, antes (repito: antes) del comienzo del asentamiento judío. ¿Qué están haciendo? Ganan terreno, ¿por qué no? Erradican los olivos (que normalmente cultivan los palestinos) para plantar palmeras judías.
No es su culpa, pequeños! Pero... ¿quién tiene la responsabilidad de crecer a estos niños con tanto absurdo odio??? y por qué???

Bisogna ammettere che non tutti gli Israeliani sono cattivi. Questa signora faceva parte di una associazione israeliana che controlla che i militari nei check point rispetino le regole. Probabilmente è grazie a lei che siamo riusciti ad entrare nell'insediamento ebraico e proprio lì, all'altro lato della strada c'erano tre negozietti di artigiani palestinesi che resistono e non se ne vanno! Per loro è stato un giorno di festa: nessuno compra mai lì e noi gli abbiamo portato un po' di soldini e spero anche un po' di gioia, anche solo per un attimo... che vita!

Hay que admitir que no todos los israelíes son malos. Esta señora trabaja con una asociación israelí que controla que los militares en los check points respeten las normas. Probablemente fue gracias a ella que conseguimos entrar en el asentamiento judío y justo allí, al otro lado de la calle, estaban tres tiendecitas de artesanos palestinos que resisten y no se van! Para ellos habrá sido un día de fiesta ya que nadie compra nunca allí y nosotros le llevamos un poco de dinero y espero un poco de alegría también, aunque fuese sólo por un momento... ¡¡qué vida!!




Foto rubata a dei coloni: kippah grande e lunghi ricci...
Foto robada a unos colonos: kippah grande y largos rizos...



E non potrò scordare il volto della bimba che ci aspettava all'ultimo piano della sua casa: ultimo piano che i soldati avevano bruciato per costringere la famiglia ad andarsene. Era tutto nero! Siamo saliti sul terrazzo di questa casa, la bimba riposava su un materasso e ci guardava incuriosita. Da lassù si potevano vedere le bandiere israeliane sparse intorno, i cimiteri, le grandi cisterne d'acqua bianche e azzurre e la piccola cisterna d'acqua di questa familia, sul tetto della casa, giusto affianco a noi, con due spari molto bassi che la rendevano inutilizzabile.
E sul tetto di una casa lì di fianco, tre soldati, uno di loro con la chitarra, che, vedendoci su un tetto nemico, noi, internazionali, muniti di macchine fotografiche, hanno avuto la bella idea di cantare e squarcia gola canzoni in ebraico (dovevano far capire chi comandava) e di fissarci con gli occhi e con la loro tipica mitraglietta (sembra una ventiquattrore). La sensazione era di essere minacciati, sentivo paura, non mi sentivo tranquilla. Sono lì, uno di fianco all'altro e NON convivono affatto. Ad Hebron si ti rimescolano le viscere.
Y no podré olvidar el rostro de la niña que no esperaba en el último piso de su casa: el último piso que los soldados habían quemado para obligar la familia a que se fuera. Era todo negro! Subimos a la terraza de esa casa, la niña estaba tumbada en un colchón y nos miraba con curiosidad. Desde allá se podían ver las banderas israelíes por los alrededores, los cementerios, las grandes cisternas de agua blancas y azules y la pequeña cisterna de agua de esa familia, en cima del techo de casa, justo a nuestro lado, con dos agujeros de balas muy bajos, que la hacían inutilizable.
Y en el techo de la casa del lado, tres soldados, uno de ellos con guitarra, que viéndonos en un techo-enemigo, nosotros, internacionales con camaras de fotos, han tenido la buena idea de cantar canciones en hebreo (tenían que declarar quien era el jefe) y de puntarnos con la mirada y con su típica mitralleta (parece un maletín). La sensación era que estábamos amenazados, tenía miedo, no me sentía tranquila.Están allí, uno al lado de otro, y NO conviven para nada. En Hebron se te revuelven las vísceras.




Persone2

Di Betlemme, ora come ora, non riesco a ricordare volti, persone, di Betlemme ricordo solo l'emozione della Chiesa della Natività, la bellezza della città e poi, soprattutto, Il Muro. The Wall. Il Muro che si erge dentro, proprio dentro l'Aida Camp, uno dei campi di rifugiati più popolati della Palestina, e proprio dentro la città, senza alcun ritegno.

De Belén, ahora, no consigo recordar las caras, las personas, de Belén recuerdo sólo la emoción en la Iglesia de la Natividad, la belleza de la ciudad y luego, sobre todo, El Muro. The Wall. El muro que se erige dentro, exactamente dentro del Aida Camp, uno de los campos de refugiados más poblados de Palestina, y dentro, exactamente dentro de la ciudad, sin alguna vergüenza.





E ricordo il racconto dei ragazzini che con una quindicina d'anni andavano contro ai soldati che costruivano il muro, tiravano pietre contro questo scempio che divide chissà chi? chissà cosa? chissà perché? Contro questo muro di prigione tiravano le pietre e nelle prigioni israeliane sono finiti, senza processo, stanno aspettando che abbiano 18 anni per poter dare loro la "giusta pena". Che schifo questo muro! Che male mi fa!
Y recuerdo el cuento de unos chiquillos que, conunos quince años, iban contra a los soldados que construían el muro, tiraban piedras contra este coloso que divide quién sabe a quiénes? quién sabe qué? quién sabe por qué? Contra este muro de cárcel tiraban piedras y en las carceles israelíes han acabado, sin juício, están esperando a que sean mayores de edad para darles la "justa pena". ¡Qué asco de muro! ¡Qué daño me hace!




Che voglia di buttarlo giù! ¡Qué ganas de derrumbarlo!


Il muro a Betlemme, el muro en Belén: No words.




venerdì 14 agosto 2009

Persone 1

Arrivo nell'ufficio di Ghaada [una donna impegnata, dietro al suo computer, giovane, bella, dall'aria sicura e dall'inglese stentato. Una donna sposata e con tre figli, ma molto indipendente. Senza velo. Simpaticissima e disorganizzatissima, affascinante e riservata, sempre allegra. Si è rivelata anche una dolce amica.] e fra tutti i ragazzi che c'erano, indaffarati a ultimare i preparativi del campo, Ahmad abu Daqa sarà il mio primo amichetto palestinese. :)
Giovane e allegro, con una continua voglia di ridere e scherzare, di conoscere e di crescere. Mi porta subito a fare un giro per il campus universitario e chiacchieriamo e ridiamo del mio inglese e del mio arabo. Si crea subito una bella intesa, mi sento accolta, mi sento sin da subito felice d'essere lì. Impeganto per i preparativi del campo, mi lascia con i suoi amici: Lamis, un altro Ahmad e in poche ore conosco già un sacco di ragazzi e ragazze, di vite diverse. Tutti vogliono sapere cosa si dice all'estero di loro, tutti vogliono conoscere cosa c'è fuori dai confini, cosa si fa, cosa si pensa, come...
Eccomi subito immersa! Fino a sera continueranno ad arrivare tutti i ragazzi internazionali ed io avevo voglia di conoscere tutti! Ma nel frattempo sentivo d'aver trovato già un nuovo amichetto: my first palestine friend!
Ahmad abu Daqa. Mi manca.

Llego a la oficina de Ghaada [una mujer muy ocupada, detrás de su ordenador. Joven, guapa, con un aire seguro y un inglés inseguro. Una mujer casada, con tres hijos pero muy independiente. Sin velo. Muy simpática y desorganizada, atactiva y reservada, siempre alegre. Será también una dulce amiga.] y entre todos los chicos que estaban allí organizando los últimos detalles del campo, Ahmad abu Daqa fue mi primer amigo palestino.
Joven y alegre, con las risas y las bromas fáciles, con ganas de conocer y crecer. Me lleva en seguida a dar una vuelta por el campus y charlamos y nos reímos de mi inglés y de mi árabe. Se crea desde el primer momento una bella intesa, me siento bien acogida y me siento ya feliz de estar allí. Ocupado con los prepaprativos del campo, me deja con sus amigos: Lamis, otro Ahmad y conozco enseguida un montón de chicos y chicas, vidas. Todos quieren saber qué se dice de ellos afuera en el exterior, qué es lo que hay afuera de las fronteras, qué se hace, qué se piensa, cómo...
¡Ya me había imergido! Hasta la noche seguían llegando todos los chicos interacionales y tenía ganas de conocerlos a todos! Pero, mientras tanto, sentía que ya tenía un nuevo amiguito: my first palestine friend!
Ahmad abu Daqa. Lo echo de menos.



Eravamo tantissimi ragazzi: tanti palestinesi e poi americani, tedeschi, spagnoli, italiani, inglesi, francesi, autriaci, svizzeri, svedesi... Per parlare di tutti loro mi ci vorrebbero pagine intere ed ore, ore, ore... ed anche un miglior inglese! :( Avrei potuto conoscere meglio tutte queste belle persone se il mio inglese non fosse così precario. Un peccato. Erano tutti diversi ed interessantissimi, accomunati da un grade interesse per conoscere la Palestina e la vita dei nostri amici palestinesi.

Eramos muchos: muchos palestinos y también estadunidenses, alemanes, españoles, italianos, ingleses, franeses, austriacos, suizos, suecos... Para hablar de todos necesitaría páginas y páginas y horas y horas... y también un mejor inglés! Habría podido conocer mejor a todas estas personas si mi inglés no fuese tan débil. ¡Una pena! Eran todos diferntes y muy interesantes, unidos en la curiosidad por conocer la Palestina y la vida de nuestros amigos palestinos.

Tutti insieme siamo andati a Ramallah, nel primo campo di rifugiati che abbiamo visitato e lì: i bambini. Lascerei ad un altro momento e ad un altro contesto il discorso politico, il ricordo più bello è il volto di Shahad. I bambini scatenati ci prendevano le macchine fotografiche e facevano foto a tutti all'impazzata, le bambine, in generale più tranquille, giocavano con noi, ci dipingevamo faccia mani e braccia in uno scambio dolcissimo di colori, significati ed affetto.
Cosí mi sono ridotta. Ed ero felice. Lí, dove questi bimbi giocano alla guerra, e vivono la guerra. Dove questi bimbi sono rinchusi e a 5 anni scrivono sui muri "falastiin". Abbiamo giocato con tutti i colori dell'arcbaleno, ma questi bimbi cercavano subito il verde, il bianco, il rosso ed il nero.
La sensazione era di andarli a trovare in una carcere.
C'era shahad là. E c'era quell'altra bambina cui non sono riscita a strappare neanche una parola, ma che mi ha strappato una lacrima disperata con quella sua espressione triste, senza rimedio.

Todos juntos fuimos a Ramallah, al primer campo de refugiados que visitamos y allá: los niños. Dejaría a otro momento y otra ocasión el discurso político, el recuerdo más bello es el rostro de Shahad. Los niños desenfrenados nos cogían las cámaras y hacían fotos a todos, las niñas, en general más tranquilas, jugaban con nosotros, nos pintaban la cara, y los brazos en un dulce intercambio de colores, significados y cariño.
Así acabé. Y estaba feliz. Allí, donde estos niños juegan a la guerra, y viven la guerra. Donde estos niños están encerrados y escriben en los muros, con sus 5 años, "filastiin". Jugamos con todos los colores del arcoiris, pero ellos buscaban siempre el verde, el blanco, el rojo y el nero. Parecía de ir a verlos en una cárcel.
Allá estaba Shahad. Y estaba esa niña a la que no pude arrancar ni una palabra, pero que me arrancó a mí una lagrima desesperada con su expresión triste, sin curación.






Lì, dove crescono questi bambini -pieni di vita e riempiti di morti-, invecchia con tenacia una signora che è dal '48 che non può piú tornare a casa dopo esserne stata cacciata. Suo marito perse ovviamente il lavoro. Questo é il secondo campo di rifugiati in cui vive, vedova, con i figli e i nipoti. Vedova, con i figli, ma non tutti: uno è ormai in cielo, martire di una guerra senza fine, martire, assassino non solo di sé stesso. La sua immagine è su i muri delle case, sulle magliette dei suoi figli e nipoti, sul ciondolo che la sua mamma porta al collo con orgoglio. Lui se n'è andato e con se ha trascinato altre vite, altre persone, sulla via del non ritorno, sulla via di una guerra senza fine, sulla via della non speranza.
Degli eroi come lui sono pieni gli occhi di questi bambini, occhi che guardano e ascoltano con ammirazione, che giocano, vedono, ascoltano e conoscono la morte, come noi le fiabe. Gli occhi di questi bambini sono spesso opachi: è poca la speranza.
Allá, donde crecen estos niños -llenos de vida y llenados de muerte-, envejece tenáz una señora que desde el 1948 no puede volver a su casa, de donde fue expulsada. Su marido perdió el trabajo. Este es el segundo campo de refugiados en el que vive, viuda, con hijos y nietos. Viuda, con los hijos, pero no todos: uno ya está en el cielo, martir de una guerra sin fin, martir, asesino no sólo de si mismo. La imagen de él está en los muros de las casas, en las camisetas de sus hijos y sobrinos, en el colgante que su mamá lleva al cuello con orgullo. Él se fue y con él se ha llevado otras vidas, otras personas, en el camino sin regreso, en el camino de una guerra sin fin, en el camino sin esperanza.
De héroes como él se llenan los ojos de estos niños, ojos que miran y escuchan con admiración, que juegan, miran, escuchan y conocen la muerte como nosotros los cuentos. Los ojos de estos niños son opacos: es poca la esperanza.











mercoledì 12 agosto 2009

Persone.

In questo intento di ricordare ed esprimere, ripensando alle due settimane ormai passate -così lontane e così quotidiane, attaccate alla pelle- e fra il groviglio di sensazioni ed emozioni -dalle più disparate-, fra i tanti momenti e fra le mille parole difficili da riordinare, in quei posti stupendi e desolati, quello che ritorna con più frequenza nella mia mente sono gli sguardi, gli incontri di un istante, di poche ore o di qualche giorno. Le esistenze.

Intentando recordar y expresar, pensando en las dos semanas ya pasadas -tan lejanas y tan cotidianas, pegadas a la piel-, en este enredo de sensaciones y emociones -de las más disparatadas-, entre los momentos y las miles de palabras que es difícil ordenar, en aquellos lugares estupendos y desolados, lo que vuelve más a menudo a mi mente son las miradas, los encuentros de un instante, los de pocas horas y los de algunos días. Las existencias.




Il primo incontro è stato senza alcun dubbio quello con la amica di papà in aeroporto. Un incontro non casuale, una spinta, un incoraggiamento, una conferma: dovevo partire!
E poi non voglio dimenticare quella mamma sul treno, che poteva essere una hippy cresciuta, ed ora calma e sorridente, paziente e felice di vivere. I suoi bambini euforici stavano riempiendo di parole, abbracci e sorrisi una nonna inglese appena arrivata con l'aereo. Che tenerezza! Era sicuramente da tanto tempo che non la vedevano e non stavano perdendo tempo:la bimba aveva cominciato la scuola di danza, suo fratello non so a che sport si dedicava. Parlavano un buon inglese (migliore del mio!!) però ogni tanto non si rcordavano una parola e correvano dalla mamma a chiedere che traducesse dall'ebraico all'inglese. La mamma con la valigia sorrideva e guardava, la nonna sembrava di quelle signore da telefilm americano: una donna distinta e moderna, preda di due niptini innamorati di lei.
E questa bimba israeliana aveva una kefia al collo.
Al loro fianco tantissimi soldati con mitraglietta. Giovani, belli, belle, con quella divisa, la valigia e quell'arma. A Tel Aviv sono tutti soldati.

El primer encuentro fue con la amiga de mi padre en el aeropuerto. Un encuentro no casual, un empuje, una confirmación: ¡tengo que ir!
Luego no quiero olvidar esa mamá, en el tren, podía ser una hippy crecida y ahora calma, con una bella sonrisa, paciente y feliz de vivir. Sus niños, exaltados, estaban recubriendo de abrazos, palabras y sonrisas una abuela inglés que acababa de llegar con el avión. ¡Qué tiernos! Seguro que desde hace tiempo no la veían y no perdieron tiempo:la niña había empezado un curso de danza y el niño no recuerdo a qué deporte se había apuntado. Hablaban un buen inglés (¡¡mejor que el mío!!) pero de vez en cuando no recordaban alguna palabra y corrían a preguntar a mamá que traduciese del hebreo al inglés. Mamá con la maleta sonreía y miraba, la abuela se parecía a una de esas mujeres de serie americana: una mujer elegante y enroyada, entregada a esos dos nietos enamorados de ella.
Y esta niña israelí tenía un palestino al cuello.
Alredeor muchísimos soldados con mitralleta. Jovenes, guapos, guapas, con esa divisa, la maleta y esa arma. En Tel Aviv todos son soldados.

Tutti tranne Gilaad che mi aspettava seduto su una panchina all'uscita dalla stazione. L'ho riconosciuto subito grazie alla foto che mi aveva mandato due giorni prima. Timido, ma cordiale e molto accogliente. Le parole ci hanno trascinato fino a casa sua. Domande curiose e desiderio di capire e confotarsi sono sfociati subito nei grandi discorsi politici e hanno lasciato quei punti interrogativi che avrebbero trovato qualche risposta solo al mio ritorno.
Non ci sono stati imbarazzanti silenzi, ma subito una bella sintonia, una bella atmosfera. Il mio viaggio è cominciato a casa di un israeliano argentino che mi ha indicato senza pregiuizi la strada verso Ramallah. Mi ha aperto la porta: è stato il mio lascia-passare in aeroporto e poi la mia guida verso la meta, verso l'inizio del vero viaggio, la spinta dall'altra parte del muro.
Era il 23 luglio: il primo giorno del resto della mia vita.
Todos excepto Gilaad, que me esperaba sentado en un banco a la salida de la estación. Lo he reconoido enseguida gracias a la foto que me había enviado dos días antes. Timido pero cordial y muy acogedor. Las palabras nos han llevado hacia su casa. Preguntas curiosas y deseo de entender y comparar desembocaron rapidamente en los grandes discursos políticos y dejaron esas interrogaciones que hallarán algunas respuesta sólo a la vuelta.
No hubo silencios embarazosos, sino una bella sintonía, una bella atmofera. Mi viaje empezó en casa de un israelí argentino que me indicó sin prejuicios el camino hacia Ramallah. Me abrió la puerta: fue mi pase en el aeropuerto y después mi guía hacia la meta, hacia el comienzo del verdadero viaje, el empuje hacia el otro lado del muro.
Era el 23 de julio: el primer día del resto de mi vida.
Arrivai velocemente all'università di Birzeit e sembrava che il Destino mi avesse preso per mano: quando scesi dal pullman a Gerusalemme, con il mio sguardo perso e senza sapere dove andare, comparve Reut, una ragazza di Haifa che aveva vissuto un anno in Olanda e mi ha accompagnata a chiedere che autobus prendere fino alla Porta di Damasco, mi ha lasciato il numero di telefono della compagnia degli autobus e il suo. Dopodiché, trovato il pullman numero 6 chiedo all'autista di indicarmi dove scendere: un disastro! Mi risponde a gesti e non perchè non parlasse inglese ma perchè non voleva perdere tempo con una straniera che per di più va verso la parte araba della città. Antipatico!! Nonostante tutto capisco dove scendere e appena metto piede sull'asfalto rotto di questa Gerusalemme che è tutta un cantiere. Un altro incontro: un signore arabo che mi indica la strada -e quasi mi accompagna- verso la fermata degli autobus arabi che vanno in Cisgiordania. "Vai a Ramallah? Sei sposata? Posso venire con te?" "jejeje! Mutazawigia, mutazawigia!" ..."Look! They're going to La Mecca. Pilgrim, pilgrim" Un gruppo di uomini in tunica bianca e donne i tunica nera intonavano preghiere e scortati da alcuni poliziotti cominciavano il loro pellegrinaggio.
Ed eccomi a Ramallah. Scendo dal pullman e una ragazza, dopo aver scoperto che andavo all'università di Birzeit, mi prende per mano e mi accompagna esattamente fino all'ufficio di Ghaada, l'organizzatrice del campo. Non ricordo il suo nome, ma non posso dimenticare la sua gentilezza! Era di Gerusalemme, ma studiava economia a Birzeit (passava tutti i giorni dal check point!). L'abito nero e il velo non nascondevano il suo sorriso così premuroso ed ospitale.
Sono arrivata dove tutto avrà inizio.
Llegué rapidamente a la Universidad de Birzeit y fue como si el Destino me hubiese cogido la mano: cuando bajé del bus en Jerusalén con la mirada perdiday sin saber a donde ir, apareció Reut, una chica de Haifa que vivió por un año en Holanda y me acompañó a pedir informaciónes, me dejó el número de teléfono de la compañía deautobuses y e suyo. En el autobus número 6 pedí al chofer de avisarme cuando llegaramos a la Puerta de Damasco: ¡qué desastre! Me contesta con gestos y no era porque no sabía el inglés sino porque no quería perder tiempo con una extranjera que además iba hacia la parte áraba de la ciudad. ¡qué antipatico! No obstante, entiendo donde tengo que bajar y pongo el pié en el asfalto roto de una Jerusalén en obra. Otro encuentro: un señor árabe que me indica el camino -y casi me acompaña- hacia la parada de los autobuses que van a Cisjordania. "Vas a Ramallah? Estás casada? Puedo ir contigo?" "jejeje! Mutazawigia, mutazawigia!" "...Look! They're going to La Meca. Pilgrim, pilgrim." Un grupo de hombres en blanco y mujeres en negro entonaban plegarias y, escoltados por algunos policias, empezaban el peregrinaje a La Meca.
Ya estaba en Ramallah. Bajo del bus y una chica descubre que iba a Birzeit, me coge la mano y me acompaña exactamente hasta la oficina de Ghaada, la organizadora del campo. No recuerdo su nombre, pero no puedo olvidar qué amable fue. Era de Jerusalén y estudiaba economía en Birzeit (¡iba y venía todos los días a través del check point!). Su vestido negro y el velo no escondían su sonrisa atenta y acogedora.
Llegué donde todo empezará.


martedì 4 agosto 2009

Come una trottola.

Tel Aviv. Ya se han ido todos. Mejor dicho: la mayoría sigue por aquí pero en otras ciudades, visitando. Y yo ahora solo espero el momento de coger el avión, mañana.
Me siento confusa. Me habría gustado quedarme más tiempo, visitar más sitios, con los demás. Pero al mismo tiempo, tengo ganas de irme ahora. Me siento en un limbo y tengo ganas de volver a la vida y las libertades de siempre.
Tengo ganas de contaros lo que viví, pero no sé si seré capaz: me cuesta ordenar las emociones vividas, me cuesta encontrar respuestas y motivos.
Preferiría seguir viviendo, aquí, un poco más... tengo que volver!
No paro de pensar en las personas al otro lado del muro, pienso en su bella, caotica tierra, pienso en sus sonrisas, en lo amable y acogedores que son todos y pienso en el odio que llevan por dentro... no se ve, pero allí está. Huyen a todo intentando disfrutar de la cotidianidad pero es dificil acostumbrarse y resignarse a la situación que viven. El sueño de todos es poder irse, pero también poder volver, poder vivir serenamente. Irse por gusto no es lo mismo que irse por obligación.
Echo de menos la fuerza de esas personas con las raices tan agarradas al suelo y con la fantasia de volar.

Voy a dar una vuelta por la ciudad, voy al mar, dejo que pase el tiempo...
Hasta pronto, a todos! Tengo ganas de abrazaros!!

e poi...

Triste. Triste por haber dejado esa tierra encerrada. Triste porque yo puedo salir, pero ellos no.
Mi mancano le persone, il fuoco, gli alberi, anche gli scorpioni. Mi mancano le lunghe chiacchierate, la dabka e le risate.
Me voy pero se que volvere'.

Dai tetti di Gerusalemme, proibiti a chi vive dall'altra parte del muro, fra le viuzze, i colori e gli odori, mi sento un po' piu' libera ma anche un po' piu' triste. Ho visto cose e sfiorato esistenze che non si possono dimenticare.

Ho voglia di tornare a casa per chiacchierare con voi, per raccontare, per condividere, e perche' so che questa terra mi accogliera' presto, di nuovo, nello stesso modo: abbracciandomi dolcemente o fino a soffocare.

Mi sento confusa... preda di emozioni a volte estreme.
E da questo posto variopinto, radicale, e affascinante, vi lascio l'immagine della cupola d'oro della Roccia alle 8 del mattino, sotto il sole appena sorto, fra giardini deserti (solo qualche soldato). Vi lascio con i suoi colori e con il suono del Sofar nel muro del pianto.
Mi riimmergo fra le stradine labirintiche quelle che alle 8 del mattino erano quasi vuote, la vita stava aprendo gli occhi...

domenica 2 agosto 2009

Ultima serata insieme

La fine di un momento che non finisce qui.

Esperando un lejano amanecer... a disfrutar hasta el ultimo instante.

yalla, let's go!! :D